Libera dalle frustazioni e sicura di me
Mi chiamo E., ho 49 anni e la mia storia comincia all’età di 16 anni quando mi sono innamorata dell’uomo che poi è diventato mio marito.
A 17 anni ero già incinta del mio primo figlio e già all’ora mio marito, anche per futili motivi, usava violenza su di me.
Ogni momento della giornata ero sempre plagiata dalle sue parole: non aveva stima in me e continuamente mi demoliva emotivamente e psicologicamente. Qualsiasi cosa diceva, mi condizionava enormemente perché mi sentivo “la sbagliata della situazione”.
Mi ha isolata dai miei affetti, dalla mia famiglia e i primi periodi di matrimonio mi costringeva a restare chiusa in camera, pur condividendo lo stesso tetto con i miei genitori.
Dopo 7 anni è nato il mio secondo figlio e speravo che questo potesse fargli cambiare atteggiamento nei miei confronti, ma mi sbagliavo. Le cose sono andate sempre peggiorando.
Ricordo molti episodi di violenza, tra questi:
Nel 2009 dovevo operarmi per un problema alla schiena e lui, noncurante dei miei malanni, mi aggredì comunque fisicamente con calci, davanti ai miei figli e mia nipote di pochi mesi e sono rimasta immobile a letto per più di 15 giorni.
Ho sopportato per 31 anni questa prigione solo per amore dei miei figli, perché non volevo che soffrissero per la separazione dei genitori.
Con il passare del tempo, essendo i miei figli cresciuti, e scoprendo che le persone che mi circondavano mi apprezzavano per com’ero, è finalmente scattato in me qualcosa che mi ha spinto a chiedere aiuto.
Inizialmente mi rifugiai da mia madre, ma dopo poco lui fece di tutto per convincermi a tornare a casa e sistemare la nostra relazione; mi lasciai convincere sperando che le sue parole fossero questa volta veritiere, ma purtroppo mi sbagliavo.
Non c’era giorno in cui non mi torturasse psicologicamente, con minacce e vessazioni, con uno sguardo cattivo che ancora oggi mi sogno la notte.
Così mi sono fatta forza e ho deciso nuovamente di lasciare quella casa che per me era ormai diventata la mia prigione. Mi sono rivolta al CAV di Somma Vesuviana, dove ho incontrato delle operatrici che mi hanno aiutata in un percorso che poi mi ha portata in comunità.
Inizialmente la paura era grande e mi sentivo sola e persa, avevo paura soprattutto che i miei figli non avrebbero capito il mio gesto disperato di liberarmi di quell’uomo e di quella vita che non mi dava serenità.
Le mie prime settimane in struttura sono state durissime, avevo incubi notturni dove sognavo lui che mi uccideva, mi soffocava e mi stringeva forte alla gola.
Sono stati momenti duri perché ho dovuto fare i conti con tutto quello che avevo dentro. Ho cominciato un percorso psicologico che passo dopo passo mi ha aiutato a leggermi dentro e a capire che la “sbagliata “ non ero io, ma lui.
La forza di continuare questo percorso me l’ha data e me la continua a dare soprattutto mio figlio maggiore che, nonostante tutto, non mi ha mai abbandonata ed ha continuato ad avere rapporti con me.
Il 25 aprile abbiamo trascorso una splendida giornata in famiglia festeggiando l’anniversario dei suoceri di mio figlio, dove ho cominciato a cantare insieme alla ragazza del pianobar a squarciagola, e in quel preciso momento, mi sono sentita alleggerita di un peso enorme perché era come se avessi buttato fuori tutto il male che avevo accumulato negli anni.
In quel preciso momento mi sono sentita libera e mi auguro di potermi sempre sentire così: libera dalle frustrazioni e sicura di me.
