La violenza non passa
Buonasera a tutti,
è difficile parlare di se stessi e lo è molto di più quando si parla di violenza. Sono trascorsi quattro anni dal tragico evento ed è la prima volta che lo condivido con tante persone. Non ero diversa da nessuno di voi; una ragazza che studiava, lavorava e che si faceva strada per immettersi nel mondo dei commercialisti con il praticantato. Mi trovavo esattamente al mio posto… non ero io a trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Fu così che il 13 novembre, mentre rientravo a casa, una presenza ignota mi seguiva, tirandomi più volte per il braccio. La paura era così forte che la voce non riusciva a fuoriuscire per chiedere aiuto. Chi è? Cosa vuole da me? Vorrà forse violentarmi? Tutte queste domande colmavano il mio cervello nel giro di pochi secondi… e l’ unica richiesta di aiuto l’ho rivolta all’ al di là pensando: Dio aiutami! Un colpo secco alla testa per poi svenire ed essere consapevole negli ultimi istanti di lucidità che stavo morendo. La mia vita si ferma con un colpo di ascia alla testa. Non c’ è un motivo, una spiegazione logica, ma gratuitamente quel giorno qualcuno ha deciso di uccidermi. L’arrivo dell’ ambulanza, l’intervento d’urgenza alle tre del mattino e il coma farmacologico sono eventi raccontati dai miei parenti… Al risveglio però inevitabilmente tutto cambia!
Trascorro gli anni passando da clinica a clinica per la riabilitazione. Emiparesi sinistra. Tutti i muscoli degli arti inferiori e superiori non rispondono più. Per i diversi mesi sono stata in carrozzina presso la clinica Maugeri di Telese terme, poi pian piano inizio a compiere i primi passi. Il supporto psicologico era costante e la ripresa nonostante lavorassi ore e ore non era SODDISFACENTE. Il mio modo di camminare era tutt’altro che normale e ciò procurava in me periodi di forte depressione e rifiuto del supporto psicologico. Facevo fatica a leggere e ad essere concentrata, e spesso avevo reazioni esagerate; lanciando libri e tutto ciò che avevo in mio possesso. Inizio quindi a leggere romanzi semplici per poi integrare con libri più complessi. Il lavoro era la costante della mia vita e la tv il mio punto di sfogo. Raramente uscivo, gli amici si riducono sempre più e le speranze si azzeravano.
Inizia così un altro periodo di depressione con pianti e atteggiamenti di rassegnazione e indifferenza. Passavo ore e ore a guardare serie televisive chiudendomi sempre di più. La non accettazione era il motivo di tanta sofferenza. Il non accettare di essere diventata disabile in modo completamente gratuito, senza che avessi colpa mi lacerava il cuore e la mente e cercavo di sostituire la mia circostanza a patologie naturali per darmi forza. La mia depressione spinge i miei a cercare altre strutture e quindi, inizia il mio percorso riabilitativo al nord. Il passo migliora con macchinari sperimentali e conseguenzialmente anche il mio braccio ma l’umore era sempre in calo, quindi si ritiene opportuno un nuovo percorso neuropsicologico, inizio col fare attività che mi calmassero come l’orto-terapia, arpa-terapia per poi integrare con psicologi e psichiatri. Dopo il primo step, sono passata all’accettazione con progetti come la musico-terapia, esibizioni al teatro per cercare di sbloccare il limite della disabilità. Ed ora? Non ho più problemi nel definirmi diversamente abile. La vita è così bella che va vissuta indipendentemente da tutto. Dopo quattro anni ho dato un posto secondario alla riabilitazione, soffermandomi su me stessa, e affrontare un elemento che purtroppo non ho mai affrontato perché chiusa e protetta da strutture e famiglia: la paura.
Ogni giorno, ogni situazione e ogni istante della mia vita faccio i conti con la paura. Paura delle persone, di non essere all’altezza delle situazioni, del nuoto, di uscire da sola, che possa succedere qualcosa di brutto… E proprio perché la vita è una lotta, ogni giorno lotto con me stessa per recuperare lo spazio che non ho più; iscrivendomi in piscina e rimparare a nuotare in modo diverso, studiando per conseguire l’ abilitazione da esperto contabile, e col tempo, spero di ritornare ad uscire anche da sola…In un solo istante, sono stata privata di ogni forma di libertà: di pensiero , di circolazione, alla persona ed è proprio quell’ istante a non condizionare solo il passato ma il presente e probabilmente il futuro, MA IL FUTURO E LA VITA È NOSTRA E ANCHE SE non si può e non si deve dimenticare; sarebbe un’offesa alla democrazia dimenticarci delle persone, dei propri diritti e delle violenze.
Colgo l’occasione per dire che la violenza non passa. Le persone saranno indefinitamente segnate, non solo nell’ aspetto fisico, nel non muovere un braccio, una mano o camminare secondo la normalità. Si è ben consapevole che l’essere umano, la vera umanità, va ben oltre la disabilità e con la mia testimonianza e brutta storia possa affermare che basta veramente poco per abusare del nostro potere o della nostra forza e provocare violenza. Ogni qualvolta non si rispetta un disabile, un anziano una donna, si crea violenza, ogni volta che non si danno chance di vita si crea violenza; ho conosciuto disabili laureati che vorrebbero le stesse opportunità di chi non lotta con la disabilità e per me anche questo è violenza…
Spero con la mia storia di dare forza alle donne che si sentono costantemente violentate della propria persona e si trovano ad affrontare situazioni simili; con la speranza che possano diminuire sempre più episodi di violenza ma soprattutto sottolineando che chiedere aiuto è l’arma vincente in queste situazioni. Ed io in nome di chi non ha voce in capitolo approfitto di questa occasione per chiedere aiuto e dar voce a chi ha tanto da raccontare con la speranza che la Campania possa crescere e migliorarsi sempre più affermando che farò di tutto per riappropriarmi della libertà di pensiero, di circolazione, della salute odi ogni minima forma di libertà, nel rispetto di me stessa e di ciò a cui ho sempre creduto.
Grazie a tutti.
